Perché parlare di immaginale agli artisti e creativi
Questo contributo si rivolge a chi opera con le immagini: non soltanto pittori, fotografi, scrittori o performer, ma a tutti coloro per cui l’atto creativo è un modo di esplorare la realtà e darle forma.
In un’epoca in cui le immagini sono ovunque, ma spesso svuotate, ripetitive, funzionali, il pensiero di James Hillman offre una chiave differente: le immagini, ci dice, non sono strumenti né proiezioni interiori, ma forme viventi che attendono di essere riconosciute e ospitate. Parlarne oggi, a un pubblico di artisti e creativi, significa proporre un altro modo di stare nell’immagine: non come oggetto da usare, ma come presenza con cui entrare in relazione. L’immaginale, in questa prospettiva, non è un’ipotesi astratta, ma un’esperienza concreta che riguarda il gesto creativo nella sua radice più profonda.
Una svolta antropologica
Nel cuore della riflessione di James Hillman, pensatore spesso ricondotto alla psicologia ma la cui opera eccede ogni confine disciplinare, si trova un’intuizione che interroga il modo in cui concepiamo l’essere umano e il suo rapporto con le immagini. Attraverso un dialogo profondo con la tradizione neoplatonica, con il pensiero islamico di Henry Corbin e con l’universo mitologico, Hillman elabora una forma di antropologia dell’immagine: l’umano non come produttore di senso, ma come attraversato dalle immagini, loro custode, intermediario, soglia.
L’immaginale come regione autonoma dell’essere
Hillman riprende da Corbin il concetto di mundus imaginalis, una terra intermedia tra il mondo sensibile e quello intelligibile, abitata da immagini dotate di una propria realtà. Non si tratta di fantasie né di costruzioni mentali: l’immaginale è un piano ontologico distinto, non riducibile né alla materia né al pensiero. Le immagini non rappresentano, ma sono: portano con sé una direzione, un’intenzione, una volontà d’apparire.
In questa visione, cade la dicotomia moderna tra realtà e immaginazione. Il problema non è stabilire se un’immagine sia vera o falsa, ma riconoscere che esiste un terzo spazio, dove l’immagine ha consistenza e chiede forma. Non è costruzione soggettiva, ma evento, manifestazione.

L’essere umano come luogo dell’apparire
Questa antropologia implica una diversa idea di soggettività: l’essere umano non crea le immagini, ma le ospita. L’immagine non nasce dalla mente, ma si manifesta nell’umano, che ne diventa luogo di attraversamento e incarnazione. L’immaginale, in questo senso, non è una funzione psichica, ma un campo relazionale.
Hillman – in continuità con Corbin – suggerisce che la realtà è simbolica per sua natura: ogni esperienza, gesto, forma, è attraversata da immagini che non vengono da dentro, ma si impongono come presenze da ascoltare. L’umano diventa allora soglia d’apparizione: il suo compito è custodire, accogliere, dare corpo a ciò che preme per entrare nel mondo.
Immagini condivise: non somiglianze, ma epifanie simultanee
Uno degli effetti più significativi di questa visione riguarda la manifestazione simultanea delle immagini. Hillman osserva che spesso, in tempi e luoghi diversi, emergono le stesse figure, gli stessi simboli, come se una forma stesse cercando molteplici vie d’accesso alla realtà. Non si tratta di copia o coincidenza, ma del fatto che l’immagine precede l’individuo.
Quando due o più persone “hanno la stessa idea”, non assistiamo a un contagio culturale, ma a una epifania simultanea: l’immagine si rende visibile in più punti nello stesso tempo. Questo fenomeno non si spiega sociologicamente, ma come dinamica propria dell’immaginale, che cerca incarnazioni, volti, soglie aperte.
Implicazioni per la pratica creativa

Per chi lavora con le immagini – artisti, scrittori, musicisti, architetti – questa visione trasforma radicalmente il gesto creativo. Se l’immagine non è un prodotto personale, ma una presenza che chiede forma, allora creare non è inventare, ma ascoltare. L’artista non è autore, ma mediatore. Non si tratta di avere idee, ma di fare spazio a ciò che appare.
In questa chiave, la creazione è un atto di responsabilità: rendere visibile ciò che chiede esistenza, senza semplificare, senza piegare l’immagine a un fine. L’immagine non serve, non significa: esige forma. L’artista è il luogo in cui questa esigenza trova materia, ritmo, figura.
Verso una cultura dell’immaginale
L’antropologia hillmaniana invita a una diversa comprensione della cultura: non come sistema di produzione di significati, ma come tessuto di immagini in metamorfosi continua. La cultura non è ciò che l’umano crea, ma ciò che l’umano riceve dal mondo immaginale. In questa luce, la memoria collettiva, i miti, le opere d’arte, le visioni spirituali non sono contenuti, ma forme in cui l’immaginale ha trovato passaggio.
Riaprire un rapporto vivo con le immagini – non come illusioni né come codici da decifrare, ma come presenze – significa ripensare la realtà come esperienza poetica. Il mondo, in questa visione, non è fatto di cose, ma di immagini che ci chiedono di essere abitate.
Bibliografia
- Corbin, Henry. Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran Mazdeo all’Iran sciita. Milano: Adelphi, 1986.
- Corbin, Henry. Mundus imaginalis, ou l’imaginaire et l’imaginal. In: L’Homme et son Ange. Paris: Fayard, 1983.
- Hillman, James. Re-visione della psicologia. Milano: Adelphi, 1983.
- Hillman, James. Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino. Milano: Adelphi, 1997.